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giovedì, Settembre 10, 2026

VITE NUOVE / Gianfranco, l’hombre della 24 Horas: «Mi ha convinto Carolina, ha la sclerosi multipla. Bisogna sempre lottare»

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All’alba dei cinquant’anni l’ingegner Gianfranco Importuna ha scoperto di avere grandi numeri nel ciclismo ed ha sorpreso tutti, soprattutto se stesso, con una performance che pare alla portata di pochi tra coloro che non erano mai saliti su una bicicletta prima della maturità. A Città del Messico, nel terzo weekend di luglio, Importuna è stato protagonista di un exploit incredibile. Ha partecipato alla Mexico 24 Horas Bici e nell’arco del tempo assegnato ha percorso la bellezza di 809 chilometri. Sfiorando il podio e concludendo al quarto posto la gara individuale. 

Casertano di Marcianise, l’ingegnere lavora per l’Eni nel campo della ricerca petrolifera e vive in Messico da un anno, dopo essere stato a lungo in Iraq e in Mozambico. Il suo amore per il ciclismo è stato tardivo, ma con un crescendo di interessi, di obiettivi e di orizzonti. Solo qualche mese fa non si sarebbe mai detto lui stesso capace di un’impresa come quella realizzata in questi  scorsi. 

Gianfranco, la tua storia ciclistica inizia pochi anni fa. Cosa ti ha spinto a salire in sella?
«Era il 2017 e lavoravo nella sede centrale Eni di San Donato Milanese. Volevo scoprire la Brianza ed ho scelto la bicicletta per farlo. Ero un podista e a quel tempo correvo ancora le maratone. Cercavo un mezzo che mi consentisse di fare sport ma con meno fatica».

Sei diventato presto un cicloturista.
«Mi sono inserito in un gruppo che batteva la Brianza e la mia passione è cresciuta in modo esponenziale. Ho lasciato presto il podismo, dal 2018 soltanto bici».

Ti è però rimasta quell’indole agonistica, la propensione a confrontarti con gli altri e con te stesso.
«Pur se nelle uscite con gli amici rispettavo il clima di fraternità che è alla base del cicloturismo, nel mio DNA ha sempre prevalso l’agonismo»

E come l’hai coniugato?
«Partecipando alle gran fondo. Già nel 2018 feci la mia prima Nove Colli, poi la Gimondi, la Colnago, la  Tre Valli Varesine e molto altro. Una grande spinta me l’ha data il mio fratello maggiore, Raffaele, anche lui grande appassionato di maratone e di ciclismo. Il suo sostegno è stato fondamentale, gli sono immensamente grato». 

Com’è stato possibile, in così breve tempo, compiere questo salto improvviso dal cicloturismo e dalle gran fondo ad un mondo non per tutti come quello dell’endurance…
«Me lo chiedo anch’io. Sono le motivazioni a darti l’impulso».

Come hai scoperto la 24 Ore di Città del Messico e soprattutto come hai capito di poter fare 809 chilometri in un giorno?
«Quando sono arrivato in Messico, ad inizio anno, ho cercato di ambientarmi, anche ciclisticamente, poi, ad aprile, ho iniziato a cercare un gruppo di ciclisti con i quali pedalare. L’ho trovato subito.  Stavano iniziando a preparare la 24 Ore. Perché non partecipi anche tu?, mi hanno chiesto. Sono rimasto un po’ perplesso, poi siccome amo le  sfide ho sciolto la riserva, ‘Sì, vengo anch’io’. La gara si svolge anche a squadre e allora inizialmente sono stato inserito in un team di quattro ciclisti».

La formula, però, non ti avvinceva…
«E’ stata una ragazza del gruppo a convincermi per la prova individuale».

Una ragazza?
«Sì, Carolina Leiva, è cilena, ma lavora anche lei in Messico».

Come ti ha convinto?
«Corro anch’io’, mi ha detto. ‘Come individuale. Se la faccio io, puoi farla anche tu. E pensa che io ho la sclerosi multipla. Bisogna lottare, mai mollare, convincersi che con gli stimoli giusti e la determinazione si può fare tutto, o quasi’».

Ti è piaciuto il suo esempio…
«E’ stata una grande molla. Anche Carolina ha poi fatto una grande performance: 650 chilometri in 24 ore, seconda di categoria. Io, da parte mia, ho messo da parte dubbi e perplessità e mi sono iscritto».

E’ stata dura le preparazione?
«Non più di tanto. Molte uscite da 200, 250, 300 chilometri. La più lunga? Da Città del Messico ad Acapulco, 370 chilometri ma con un dislivello di 4.700 metri».

Si correva all’autodromo Rodriguez. Lo conoscevi?
«L’avevo collaudato un paio di volte, ma girando in senso opposto. La gara si svolgeva invece in senso orario».

Prima della partenza ti ero posto l’obiettivo di percorrere quanti chilometri?
«Volevo fare 24 ore a 30 di media, quindi sui 700 chilometri, ma strada facendo mi sono accorto che potevo tenere un ritmo ben più alto».

Quante soste avevi previsto?
«Tre soste da dieci minuti ogni sei ore». 

L’altitudine ha inciso sulla prestazione?
«A 2.230 metri l’aria è rarefatta, ma vivendo a quella quota il sangue si arricchisce di ossigeno in maniera naturale e questo serve a compensare abbondantemente».

A che ora la partenza?
«Si correva da mezzogiorno a mezzogiorno, quindi con una notte piena nel mezzo».

I momenti più difficili…
«Due forature, ma quelle andavano preventivate. Poi purtroppo una caduta. Ero in scia, il ciclista che stava davanti a mesi è spostato, mi ha urtato e sono finito a terra. Nulla di grave, solo escoriazioni superficiali. Poi il vento contrario, che per alcune ore spirava in un tratto del circuito. Un’ossessione. Ma c’è stato di peggio».

Racconta…
«Ad un certo punti mi hanno preso la nausea e il mal di stomaco. Per 150 chilometri non sono più riuscito a mangiare né a bere. Una grossa sofferenza. Ma non potevo mollare. Mi sono detto: ‘Vai, Gianfranco, non è indispensabile mangiare, abbiamo le riserve di grasso, utilizziamo quelle’. Ed è andata».

Una prova di grande coraggio, di tenacia.
«La bicicletta e il ciclismo mi hanno insegnato una cosa. Se hai un obiettivo non lo devi mai perdere di vista e devi far sì che disagi e sofferenze passino in secondo piano. Se le gambe ti fanno male, se il respiro è pesante, non devi arrenderti. E’ la testa che ti dice ciò che devi fare e il corpo ti deve seguire».

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