Da quasi mezzo secolo il Giro delle Dolomiti rappresenta uno degli appuntamenti più prestigiosi del panorama cicloturistico europeo. La manifestazione, giunta alla 49ª edizione, propone cinque giorni di pedalate tra i passi più iconici delle Dolomiti, patrimonio mondiale UNESCO, con una formula che abbina lo spirito del cicloturismo a un pizzico di agonismo grazie alle salite cronometrate. Un mix capace di richiamare ogni anno centinaia di appassionati da tutto il mondo, attratti non solo dalla bellezza dei percorsi, ma anche dall’atmosfera internazionale e dall’organizzazione dell’evento.
Tra loro c’è Amedeo Valaguzza, uno dei partecipanti più fedeli della manifestazione. Dal 1996 non ha mai saltato un’edizione e lo scorso anno ha raggiunto il traguardo delle trenta partecipazioni consecutive. Una storia di passione nata quasi per caso e trasformata, anno dopo anno, in un appuntamento irrinunciabile.
Come è nato il suo legame con il Giro delle Dolomiti?
«È successo quasi per caso. Avevo iniziato a praticare ciclismo da poco, partecipando soprattutto alle cicloturistiche della mia zona, nella pianura milanese. Durante una di queste manifestazioni sentii parlare del Giro delle Dolomiti e decisi di provarlo. Le strade di pianura iniziavano ad annoiarmi, mentre affrontare le salite leggendarie percorse dai grandi campioni mi affascinava molto. Io arrivavo dal calcio e ho iniziato ad andare in bicicletta dopo i 35 anni, ma sono sempre stato un appassionato di ciclismo, quando da bambino ammiravo le imprese di Merckx, Gimondi, Motta e tutti i grandi nomi di quegli anni. Ritrovarmi su quelle stesse strade è stata un’emozione indescrivibile. È stata la scintilla che continua ancora oggi».
Cosa l’ha spinta a tornare ogni anno?
«Ormai è diventato un appuntamento fisso. Quando con la mia società, la SCO Cavenago, programmiamo la stagione, il Giro delle Dolomiti è intoccabile. Dopo la prima esperienza me ne sono innamorato e, da allora, ho partecipato a trenta edizioni consecutive. Appena termina una manifestazione penso già a quella dell’anno successivo. Naturalmente serve anche un po’ di fortuna: bisogna stare bene, non avere problemi di salute o familiari. Ma finché potrò, continuerò a esserci».
Cosa rende speciale questa manifestazione?
«Innanzitutto le salite. Per me il ciclismo trova la sua massima espressione proprio in salita. Il Giro delle Dolomiti ha trovato una formula perfetta: è una manifestazione cicloturistica, ma con un pizzico di agonismo grazie alle salite cronometrate. Non è una gara dall’inizio alla fine, però offre quel giusto stimolo competitivo che rende tutto più coinvolgente».
In trent’anni ha vissuto tre diverse organizzazioni. Cosa è cambiato?
«Ho iniziato a correre questa manifestazione l’anno dell’ultima edizione organizzata da Enrico Defranceschi, il fondatore dell’evento. Successivamente ho conosciuto tutto il lungo periodo guidato dal generale Carlo Bosin, durato un ventennio. Infine è arrivata da 7/8 l’attuale gestione. Devo dire che secondo me tutte e tre hanno saputo mantenere lo spirito della manifestazione, anche se pur con caratteristiche diverse. Nel periodo del generale Cusin il Giro delle Dolomiti era un evento decisamente più impegnativo: le tappe erano più lunghe, le salite più dure, tanto che c’era anche un giorno di riposo a metà settimana. L’idea era quella di avvicinare ogni tappa a una piccola Granfondo».
Amedeo continua il racconto: «Oggi, invece, le frazioni sono leggermente più brevi e accessibili. Per questo motivo si è ridotto il tutto a cinque giorni consecutivi, senza giornata di riposo a spezzare, ma con percorsi meno estremi. Credo sia stata una scelta corretta, in quanto amplia la platea dei partecipanti, permettendo anche a chi non può allenarsi in modo intensivo di vivere questa esperienza».
Anche il modo di organizzare la corsa si è evoluto nel tempo?
«Sì, soprattutto sotto il profilo ambientale. Negli ultimi anni sono state introdotte molte iniziative per ridurre l’impatto della manifestazione: meno plastica, maggiore attenzione alla raccolta dei rifiuti e al rispetto dell’ambiente. Sono aspetti che condivido pienamente e che rappresentano un valore aggiunto».
Lei partecipa anche alle Granfondo. Qual è la differenza principale?
«Le Granfondo restano manifestazioni bellissime, ma sono decisamente più stressanti, soprattutto con il passare degli anni. Richiedono una preparazione molto specifica e spesso sono gare vere e proprie. Il Giro delle Dolomiti, invece, mantiene una dimensione più rilassata. C’è la sfida personale, magari anche con gli amici della squadra, ma prevale sempre lo spirito del cicloturismo. Questo permette di divertirsi senza l’esasperazione della competizione».
Questo ritmo agevola anche chi preferisce prendersi il suo tempo per pedalare e godersi il paesaggio che lo circonda.
«Assolutamente sì. Si pedala, si chiacchiera con chi è accanto e si possono ammirare panorami straordinari. Ogni valle offre scorci unici. È uno degli aspetti che rendono questa manifestazione speciale: non si vive soltanto la fatica della salita, ma anche tutta la bellezza delle Dolomiti».
Quanto conta l’aspetto umano?
«Conta tantissimo. Fin dalla prima edizione, nel 1996, mi resi conto che non sarei mai stato davvero solo. Dovevo partecipare con alcuni amici che all’ultimo momento rinunciarono, ma mi ritrovai immerso in un gruppo di oltre seicento persone provenienti da tanti Paesi diversi. Ancora oggi una grande parte dei partecipanti arriva dall’estero. Ho letto che lo scorso anno il 60/65% dei partecipanti non era italiano. Questo permette di conoscere culture, abitudini e modi diversi di vivere il ciclismo. È uno degli aspetti che mi hanno conquistato fin dall’inizio e che continuano a spingermi a tornare ogni anno».
















