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martedì, Ottobre 27, 2026

Dario e Vera in bici dalla Siria alla Nuova Zelanda: «Viaggiare lenti per raccontare il mondo»

Dario e Vera
L'avventura di Dario Crippa e Vera Konst li porterà dalla Siria alla Nuova Zelanda. Sono partiti oggi.
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La scorsa settimana vi abbiamo presentato Dario Crippa e Vera Konst e il loro progetto (potete scoprirlo qui): in bicicletta dalla Siria alla Nuova Zelanda. Un progetto che durerà un anno e che li vedrà realizzare un documentario. Si dedicheranno alla creazione di contenuti, alle riprese e alla fotografia. E ovviamente a viaggiare su due ruote.

Dario e Vera sono partiti oggi verso la Siria. Inizia così il loro viaggio, che li porterà a visitare, e a raccontare, Paesi e culture differenti. Noi li abbiamo raggiunti ieri sera telefonicamente e vi raccontiamo, in una lunga intervista, i loro obiettivi e la loro storia.

Dario, Vera, siete emozionati?

«Non ancora. Ma iniziamo a sentire un po’ di tensione. Abbiamo ancora troppe cose a cui pensare…».

Vera, ci racconti un po’ di te? Come nasce la passione per la bici?

«Sono olandese e ho sempre utilizzato la bicicletta per gli spostamenti. Me l’ha trasmessa mio padre, questa passione. Dopo il Covid ho smesso con il calcio, che praticavo a buoni livelli (giocava in serie B, ndr), e ho iniziato con la bici. Poi ho conosciuto Dario e abbiamo iniziato a pedalare assieme».

Dario, cos’è Monterojo?

«È il nome del mio quartiere, Monterosso, a Bergamo. Era il mio nickname su Instagram da piccolo, nato come segno di appartenenza, e durante il primo viaggio l’ho utilizzato per raccontare la mia esperienza».

Poi però è diventato un progetto…

«Esatto. C’è stata un’evoluzione. Ho conosciuto Davide, un ragazzo che si unirà al viaggio nei prossimi mesi. Lui mi ha aiutato a realizzare i video della mia prima avventura e da lì il discorso si è evoluto. Abbiamo realizzato un documentario che ha avuto successo, tanto da finire in molti festival. Monterojo è un modo di raccontare il mondo con i nostri occhi, per farlo conoscere agli altri».

Come si passa dalla passione per la bici a quella per i viaggi in bici?

«La mia famiglia – dice Dario – mi ha sempre spinto a viaggiare, fin da piccolo. Facevamo viaggi spartani, con lo zaino in spalla, sempre in movimento. Questa componente di viaggio e scoperta l’ho sempre avuta: avventure lente, alla scoperta di luoghi e cammini. Quando ho scoperto la bici ho capito che era un altro tipo di viaggio lento. Fare un viaggio del genere significa entrare davvero a contatto con la cultura che ti circonda. Mi accorgevo che, quando affrontavo i cammini nel centro Italia, le persone aprivano le loro porte, mi accoglievano e riuscivo a entrare in contatto con quei luoghi. La bici è un altro modo lento di viaggiare».

Così è nato il viaggio da Amsterdam alla Cina?

«Sì, sono partito subito – continua Dario – con una cosa facile (ride, ndr). Nell’autunno 2023 avevo tanta voglia di fare questa esperienza e in quel momento avevo letto un libro, Il Grande Gioco, che racconta di avventure in Asia. Mi ha ispirato a viaggiare nell’Asia centrale, e non volevo solo arrivarci: volevo farlo con la mia idea di viaggio. In quell’occasione volevo partire da solo».

Perché la Siria come inizio?

«Perché ci vive la sorella di Dario – racconta Vera – quindi è anche un’occasione per rivederla. Lei ci darà anche consigli su come affrontare la prima parte e su quali strade percorrere».

E perché la Nuova Zelanda come tappa conclusiva?

«Perché è il posto più lontano da raggiungere in bici, ma anche perché abbiamo amici lì. Sono così lontani che andare a trovarli è difficile, quindi abbiamo deciso di andarci. In sostanza, nella maggior parte dei Paesi che attraverseremo abbiamo amici che vogliamo rivedere, per esempio in Iran, in Pakistan, in Malesia e in Nuova Zelanda».

Sarà un viaggio continuo o ci saranno delle pause?

«Faremo una sola pausa – svela Dario – e sarà a giugno. In quel periodo si sposa mio fratello, quindi non possiamo non esserci. Torneremo in Italia per qualche giorno e poi riprenderemo il nostro itinerario».

Cosa spinge due ragazzi giovani a mollare tutto e a prendersi un anno per viaggiare in bici?

«Nel mio caso – continua Dario – il motivo è duplice. Durante l’altro viaggio ho sentito che questo è il modo che amo per vivere la vita appieno. Io sono uno scienziato e nell’ultimo anno ho lavorato in un laboratorio per ricerche. Quando sono in laboratorio mi sembra di vivere un po’ meno. Quando sono in bici, pedalo e incontro nuove culture, scopro, rischio, sono sulla strada. Questo mi arricchisce molto, ed è la prima cosa che mi spinge a partire. La seconda, e credo di poter parlare per entrambi, è il desiderio di raccontare questi posti. Fare questo tipo di esperienza ed essere accolti dalle persone lungo la strada fa sì che si entri con una chiave diversa nel Paese che si sta visitando. Ci si sente diversi. Quando abbiamo realizzato il documentario su YouTube, che ci permette di finanziare questo viaggio, i commenti ci hanno stimolato a ripartire. L’idea di viaggio e quella di racconto vanno di pari passo: il viaggio dà una sensazione di benessere e il racconto gli dà un senso che va oltre la vacanza e lo rende sostenibile. Mi piace».

Transiterete in luoghi un po’ pericolosi. Quali accortezze avete preso?

«Alcuni li conosciamo già e pedaleremo in territori in cui ci sono guerre in atto, come per esempio l’Iran. I primi Paesi che attraverseremo hanno una situazione geopolitica instabile, la seconda parte del viaggio avrà caratteristiche diverse. Forse, però, per un viaggiatore i Paesi più pericolosi sono quelli con più microcriminalità. Siria e Iraq sono Paesi non belligeranti. Nel nord dell’Iran non dovrebbero esserci problemi: sappiamo dai nostri contatti e amici che a nord la situazione è tranquilla. Decideremo volta per volta. Nel momento in cui non ci sentiremo sicuri, siamo pronti a cambiare rotta. C’è molta flessibilità.

Dovrete essere comunque autosufficienti?

«Esatto, dovremo pensare a tutto, dal cibo alle riparazioni. Sceglieremo sempre tratte in cui ci sono insediamenti. In Siria, per esempio, transiteremo per Damasco, Homs e la valle dell’Eufrate, allungando il viaggio verso l’Iraq. E’ un itinerario più lungo, ma attraverseremo molte più città rispetto alla via diretta».

Come saranno le vostre bici?

«Due biciclette gravel fornite da Giant, che peseranno poco meno di trenta chili. Siamo diventati Giant Ambassador. Avremo la tenda e tantissimo materiale elettronico. Porteremo tutte le tipologie di vestiti, anche quelli pesanti per le basse temperature. Tra i nostri sponsor ci sono anche Miss Grape, per le borse, RH+, per l’abbigliamento, e Klabu. Klabu è un’organizzazione senza scopo di lucro che allestisce campi sportivi nei campi profughi, uno scopo nobile».

Dormirete sempre in tenda?

«La portiamo, ma speriamo di utilizzarla il meno possibile. Il più delle volte proveremo a dormire a casa delle persone incontrate sul cammino. Abbiamo imparato che tanta gente è disposta ad ospitare i viaggiatori. E’ una delle cose che ti insegna la biciclette».

Manca poco ormai: cosa avete programmato?

«L’essenziale. Organizzeremo volta per volta, perché dipende da tante cose. Sarà una pianificazione progressiva e dovremo decidere un passo alla volta, restando molto flessibili. Ci interessa molto far visita ai campi profughi in Siria e in Bangladesh e conoscere culture particolari, come quella della comunità delle Filippine che vive sulle palafitte. Abbiamo tante cose in testa e tanto tempo per realizzarle. Sarà un viaggio fantastico…».

E noi lo seguiremo sulle pagine di Quicicloturismo.it

Se volete seguire anche voi giorno per giorno l’avventura di Dario Crippa e Vera Konst, vi lasciamo qui sotto i loro canali di riferimento.
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