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mercoledì, Settembre 9, 2026

Morte Andrea Pinarello: svolta in Appello e risarcimento di 1,3 milioni alla famiglia

Andrea Pinarello
Andrea Pinarello non era solo il manager di uno dei più grandi brand italiani e internazionali di bici, ma anche una presenza fissa alle corse amatoriali
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A quindici anni dalla morte di Andrea Pinarello, la giustizia civile ha ribaltato uno dei punti più controversi della vicenda. Secondo la Corte d’Appello di Venezia, il manager della storica azienda veneta di biciclette non avrebbe mai dovuto ottenere l’idoneità agonistica che gli consentì di partecipare alle gare amatoriali. Per questo due medici e una struttura sanitaria privata sono stati condannati a risarcire la famiglia con 1,3 milioni di euro.

La decisione arrivata nella giornata di ieri, però, cambia radicalmente il quadro emerso finora.

La ricostruzione dei fatti

Andrea Pinarello (figlio del fondatore Giovanni “Nani” Pinarello e figura chiave della crescita internazionale del marchio Pinarello) morì il 3 agosto 2011, a 39 anni, subito dopo aver concluso la prima tappa del Giro del Friuli per amatori, tra Tavagnacco e Staranzano, in provincia di Gorizia. Dopo un primo malore fu rianimato, ma un secondo arresto cardiaco risultò fatale.

Per anni la vicenda sembrava destinata a chiudersi senza responsabilità. L’inchiesta penale era stata archiviata già nel 2014 e anche il procedimento civile, in primo grado, si era concluso con un rigetto della richiesta di risarcimento avanzata dalla vedova Gloria Piovesan e dai tre figli.

La svolta e il cambio di decisione

Adesso però la Corte d’Appello veneziana ha completamente rivisto quella lettura. Al centro della sentenza c’è il certificato di idoneità sportiva rilasciato ad Andrea Pinarello nonostante esami cardiologici. I quali, secondo i consulenti, mostravano segnali incompatibili con l’attività agonistica. In particolare, gli approfondimenti diagnostici eseguiti nel 2010 avrebbero evidenziato una cicatrice al ventricolo sinistro del cuore e anomalie aritmiche. Questo quadro clinico avrebbe dovuto indurre i medici a fermarlo dal correre.

La patologia che portò alla morte dell’imprenditore viene indicata come una cardiomiopatia aritmogena biventricolare, una malattia cardiaca particolarmente pericolosa negli sport di endurance. Secondo la nuova consulenza tecnica disposta in appello, la pratica agonistica del ciclismo, in presenza di quel quadro clinico, esponeva a un rischio elevatissimo di morte improvvisa.

La nuova pronuncia prevede un risarcimento di 1,3 milioni di euro alla famiglia di Andrea Pinarello

La nuova sentenza ha quindi riconosciuto la responsabilità professionale dei sanitari che autorizzarono Pinarello all’attività sportiva, stabilendo un risarcimento di 1,3 milioni di euro per danni morali ai familiari. Non sono invece stati riconosciuti i danni patrimoniali richiesti dalla famiglia. Anche perché negli anni successivi la proprietà dell’azienda è cambiata con l’ingresso di fondi internazionali e nuovi assetti societari.

La vicenda ha avuto un forte impatto anche nel mondo del ciclismo italiano. Andrea Pinarello non era soltanto un manager, ma rappresentava la generazione che aveva portato il marchio trevigiano verso una dimensione globale. Era stato lui a trasformare le biciclette Pinarello in uno dei simboli del ciclismo professionistico internazionale. La sua morte improvvisa, avvenuta mentre praticava lo sport che aveva accompagnato tutta la sua vita, scosse profondamente l’ambiente sportivo e imprenditoriale.

Ieri, con la pronuncia della Corte d’Appello, è emersa una verità giudiziaria diversa da quella consolidata negli anni precedenti. Non una fatalità imprevedibile, ma una tragedia che (secondo i giudici civili) avrebbe potuto essere evitata se gli accertamenti clinici fossero stati interpretati con maggiore prudenza.

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