
L’Italian Bike Festival è stata l’occasione anche per parlare di sicurezza in bici. Prima dell’apertura al pubblico, infatti, a Misano Adriatico si è svolto un partecipato convegno sulla sicurezza stradale, a cui hanno preso parte numerose associazioni che si battono per far sentire la voce dei ciclisti. E a distanza di quasi un mese, abbiamo voluto tornare sul discorso sicurezza con Federico Balconi, avvocato e fondatore di Zerosbatti, associazione che garantisce assistenza immediata e tutela legale ai ciclisti in caso di incidente.
Avvocato Balconi, come si possono tutelare i ciclisti in questo momento?
«Il clima per i ciclisti non è proprio dei migliori. Gli incidenti sono ancora troppi sulle strade, c’è pochissimo rispetto e a volte dobbiamo tutelarci da soli. Bisogna lavorare su due fronti: uno urgente e uno di lungo periodo».
Nel breve periodo?
«Nel breve periodo bisogna affrontare un problema immediato: quello degli incidenti. Si parla sempre di morti in bicicletta, ma raramente si considerano i feriti. Oltre ai deceduti, ci sono tantissime persone che riportano lesioni. Non voglio entrare nella diatriba sugli incidenti non rilevati se non ci sono veicoli coinvolti: l’azione più urgente è quella normativa».
Come si educa una popolazione?
«La popolazione, purtroppo, si educa soprattutto con le leggi. Siamo arrivati a far capire che il casco è indispensabile: prima sembrava quasi un’imposizione, invece adesso lo usano praticamente tutti. Un altro esempio è il sistema di rilevazione posteriore e le luci: in tanti li adottano. Non saranno una soluzione definitiva, ma aiutano. La legge deve far comprendere cosa è giusto e cosa è sbagliato».
E nel lungo periodo?
«Bisogna far capire alle persone che i ciclisti hanno gli stessi diritti sulla strada. Il ciclista sportivo vive in una sorta di vuoto normativo, perché non è contemplato da alcuna norma. La categoria amatoriale non è riconosciuta in nessuna legge. Molti automobilisti sono convinti che noi sulla strada non possiamo starci».
Chi può fare questo?
«L’organismo potremmo essere noi. Se riuscissimo a unire le associazioni che si battono per i pari diritti dei ciclisti sulle strade, potremmo ottenere molto. L’onorevole Pella, con il quale abbiamo parlato alla conferenza di IBF, ha depositato un disegno di legge che condividerà. Ognuno di noi dovrebbe portare la propria esperienza, e da lì potrebbe nascere una norma a tutela dei ciclisti. Poi serve comunicazione: solo così possiamo uscire dal nostro piccolo mondo e far sentire la nostra voce».
Come si può arrivare a una convivenza tra automobilisti e ciclisti?
«Mi piacerebbe conoscere anche l’opinione di chi la vede solo dal punto di vista dell’automobilista. L’assurdità è creare due fazioni che non dovrebbero esistere: tutti i ciclisti sono automobilisti. Serve sensibilizzare, ma senza essere integralisti. Dobbiamo batterci con educazione, facendo capire che in bici c’è una persona che merita rispetto. Vogliamo coinvolgere anche la componente automobilistica, non come controparte ma come parte alla pari della strada, per cercare una convivenza pacifica».
La Bike Line testata in Trentino può essere una piccola svolta?
«È una prova, ma potrebbe essere un buon inizio. Certo, si è portata dietro molte critiche da parte degli automobilisti, perché ha ristretto alcune strade. Ma pensa se tutte le strade avessero uno spazio per le bici. Servirebbero infrastrutture adeguate, ma alcuni territori ci sono riusciti, come l’Alta Badia. Con il nuovo Codice, però, è stata eliminata la “zona franca” delle piste ciclabili, rendendole promiscue. All’interno delle corsie ci si sentiva più protetti e anche l’automobilista ti rispettava di più».
Cosa occorre quindi?
«Serve comunque un lavoro culturale, di formazione e di informazione. Forse tra due generazioni i nostri figli ci arriveranno. Intanto questa convivenza bisognerebbe insegnarla già nei corsi di scuola guida: oggi nel Codice della Strada il ciclista non è realmente contemplato tra gli utenti».
Con Zerosbatti state lavorando insieme a Specialized?
«Sì, con un obiettivo ben preciso. Quello di far capire che la strada, se si rispettano le regole, non è pericolosa. Il ciclismo è uno sport meraviglioso e ogni automobilista dovrebbe provarlo».
Su cosa bisogna cominciare a lavorare a livello normativo?
«Bisogna innanzitutto rivedere la norma sullo spazio da lasciare in caso di sorpasso, tenendo conto anche delle condizioni della strada, che spesso non permette di stare a destra per la mancanza di una banchina transitabile. Serve poi chiarezza sulla doppia fila. Gli incidenti più gravi avvengono quando i ciclisti sono soli o in fila indiana, perché l’automobilista si sente autorizzato a superare senza mantenere la giusta distanza. La doppia fila, in alcuni Paesi, è contemplata perché “crea” un veicolo lento che viene superato in sicurezza e più rapidamente. Alla fine, però, ripeto, è sempre una questione di buon senso e di rispetto. C’è ancora molto da fare e bisogna comunicarlo nel modo giusto».













