
Qualcosa è cambiato, nel ciclismo amatoriale. Non da oggi, non da ieri – ma il cambiamento è diventato visibile, tangibile, misurabile.
L’amatore medio di dieci anni fa usciva nel weekend, magari due volte, si godeva il gruppo, arrivava a casa stanco e soddisfatto. Quello di oggi ha il misuratore di potenza, una bici aero e performante, segue un piano di allenamento strutturato, cura l’alimentazione, gestisce il recupero. Si allena più volte a settimana e studia i dati come un professionista analizza i file.
Non è un giudizio. È un’evoluzione naturale, per certi versi bellissima. Il ciclismo amatoriale italiano non è mai stato così profondo, così appassionato, così tecnicamente consapevole.
Gli organizzatori hanno risposto con un salto qualitativo altrettanto significativo. Le migliori granfondo di oggi sono manifestazioni strutturate professionalmente: percorsi disegnati ad hoc, strade presidiate, incroci controllati, ambulanze al seguito, elisoccorso in allerta, volontari su ogni punto critico. In certi momenti, l’impressione è davvero quella di correre su strada chiusa.
L’apice. E poi il disastro…
La Bra Bra Fenix Langhe Monferrato Roero era, quest’anno, esattamente questo tipo di evento.
A confermarlo è una voce che nel ciclismo pesa. Max Lelli – 17 anni da professionista, 11 Tour de France, oggi parte di una commissione federale che monitora proprio la sicurezza degli eventi – era presente alla Bra Bra e non ha esitato un secondo nella sua valutazione.
«Oggettivamente, sotto il punto di vista della sicurezza, ho visto la perfezione. Una cosa che sinceramente si vede raramente. Discese segnalate, punti pericolosi tutti indicati, presidio ovunque. Se ci fosse stato qualcosa da dire, l’avrei detto – perché per me in testa tutto va alla sicurezza dei ciclisti».
Non è cortesia istituzionale. Lelli fa parte di una commissione che ha il compito – e l’obbligo – di segnalare le criticità. Quando dice che la Bra Bra aveva cinque stelle su tutto, lo sottoscrive sapendo esattamente cosa significa.
«La Bra Bra ha 5 stelle su tutto. E se mi sbilancio è perché è vero».
Dario Callegari, presidente della società MYG Team di Vercelli, in gara domenica, conosce bene la differenza tra un evento curato e uno improvvisato. La sua valutazione sulla Bra Bra è netta: «Persone a ogni incrocio col giubbottino, cartellonistica ben visibile, traffico bloccato. Era come correre un evento professionistico».
Eppure è stato lui a cadere in quella curva. Dieci metri dopo un altro ciclista che a quella caduta non è sopravvissuto. Ce ne ha parlato il giorno in cui stava tornando dal funerale.
La dinamica, per quello che emerge dalla sua testimonianza diretta, è quella di una fatalità pura. Una curva in discesa, una perdita di controllo improvvisa, imprevedibile.
«Ci sono talmente tante dinamiche – la velocità, la bici, il vento – che ricostruire perfettamente l’accaduto è quasi impossibile, a meno che non ci sia un fattore scatenante evidente. Se non c’è, è una fatalità. E basta».
Usa un’immagine precisa per descrivere quello che ha vissuto: «È un po’ come la storia del Titanic. Si è toccato l’apice, e nell’apice è successo il disastro».
Non è una critica. È il modo in cui chi c’era descrive l’ingiustizia assoluta di certi momenti – quando fai tutto bene e succede lo stesso.
La curva era protetta. Le protezioni hanno fatto esattamente quello che dovevano. L’ambulanza era sul percorso: dall’incidente al suo arrivo sono passati meno di sette minuti. Poi l’automedica, poi l’elisoccorso chiamato direttamente dal medico di gara.
«Non è passato niente, come tempo».
Quando Dario è ripartito, più di un’ora dopo, ogni volontario era ancora al suo posto.
“Cadono al Giro d’Italia. Non si possono mettere i materassi per 150 km.”
Una riflessione più larga
C’è però un tema che un episodio come questo riporta inevitabilmente al centro. Non come spiegazione di quello che è successo, ma come domanda aperta per tutto il movimento.
Il ciclismo amatoriale oggi è un mondo complesso, fatto di livelli molto diversi che si trovano sullo stesso percorso, nella stessa discesa. Ex corridori, amatori strutturati, neofiti, persone che hanno scoperto la bici in età avanzata. Ognuno con la propria storia, la propria preparazione, la propria percezione del rischio.
Dario, che nella sua società ha cento persone e tutte le voci possibili, la mette così: «Quello che manca, spesso, è la consapevolezza di quello che si è. Non di quello che si vorrebbe essere»
È una riflessione che non riguarda chi è caduto domenica. Riguarda tutti noi, ogni volta che agganciamo i pedali. Perché lo sport outdoor – qualunque sport outdoor – porta con sé un margine che non si azzera mai del tutto. Nemmeno con la migliore organizzazione del mondo. Nemmeno con il percorso più sicuro.
«Dare il mio meglio non significa rischiare il 100% – dice Dario – significa fare una grande performance e tornarmene a casa sano e salvo».
Tantissimi e di varia forma i dispositivi “soft crash” installati lungo il percorso della Bra Bra Fenix per aumentare la protezione nei punti più delicati del tracciato.
Quello che è successo alla Bra Bra è una fatalità. Una parola difficile, perché rischia di sembrare una resa. Non lo è. È il riconoscimento onesto che ci sono momenti in cui lo sport si scontra con la sua parte più dura e imprevedibile — e non c’è colpa da cercare, non c’è negligenza da trovare.
Resta il dolore. Resta il vuoto lasciato da una persona che domenica mattina aveva attaccato il numero come tutti gli altri, con la stessa voglia di arrivare in fondo.
“Il livello raggiunto da certe organizzazioni oggi è veramente altissimo”, conclude Dario. “E proprio per questo quando succede qualcosa ci si rende conto ancora di più che ci sono situazioni che purtroppo nessuno vorrebbe mai vivere e che fanno parte dell’imprevedibilità della strada”.
Una riflessione amara, ma profondamente reale. Perché il ciclismo, anche nella sua forma più evoluta e organizzata, resta uno sport autentico. Bellissimo. Ma inevitabilmente umano.
















